AMARCORD: 1835, il colera morbus a Torino

AMARCORD: 1835, il colera morbus a Torino

Pier Giuseppe Accornero, sacerdote dal 1972 e giornalista che si occupa di informazione religiosa, ricorda i giorni del colera che colpì la città di Torino nel 1835.

Un dipinto di Amedeo Augero nella Sala Rossa di Palazzo di Città ricorda il voto alla Consolata per la liberazione dal colera del 1835.

A Torino il «colera-morbus» finisce nel dicembre 1835. Per i nostri avi, molto più religiosi di noi, è tempo di preghiera di ringraziamento. L’arcivescovo Luigi Fransoni ordina che nelle chiese si canti il «Te Deum». Sotto le volte della Cattedrale, del Corpus Domini, della Consolata e di San Rocco, protettore degli appestati, si rincorrono preghiere e inni, penitenze e promesse. È soprattutto alla Consolata che i torinesi ricorrono e accorrono: è sempre accaduto nei secoli bui di guerre e pestilenze, di calamità naturali e tribolazioni private. Alla Patrona si offrono gli ex-voto: «Felicita Balbo offre la sua vita alla Vergine Consolata che ha preservato la sua numerosa famiglia dal colera». Sulla piazzetta a fianco del santuario si erge la corinzia «Colonna del voto» opera dell’architetto Ferdinando Caronesi mentre la statua è dello scultore Giuseppe Bogliani.

I nostri avi 185 anni fa non si perdono in chiacchiere. Il primo contagiato, un barcaiolo, muore il 25 agosto 1835. Il maggior numero di vittime è nei borghi poveri e degradati, come il «Moschino» di Vanchiglia. L’arcivescovo invita la popolazione terrorizzata a confidare nella Sindone e nella Consolata. Autorità e po­polo fanno un triduo al Corpus Domini; un secondo alla Consolata; un terzo a San Rocco. Il 30 agosto la Municipalità pronuncia il voto davanti all’arcivescovo per ottenere da Dio «la liberazione dal colera, o la diminuzione del male, o altro sollievo che fosse piaciuto a Dio di concedere alla città». Il 3 settembre l’arcivescovo riceve il documento con il voto. A dicembre 1835 il contagio finisce. Il 28 maggio 1836 si pone la prima pietra della colonna votiva; il 20 giugno 1837, festa della Consolata, l’inaugurazione e la benedizione al canto dell’«Ave Maris Stella» e al suono delle campane. Medici, infermieri e volontari si prodigano per debellare il morbo.

Un ruolo determinante svolge il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo. Il Consiglio comunale elegge una commissione: marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, conte Giuseppe Provana di Col­legno, conte Gaetano Adami di Bergolo, conte Giuseppe Ponte di Pino. Si riuniscono per studiare i termini del voto e il 1° settembre presentano al Consiglio un progetto che prevede preghiere e finanziamenti per il restauro di un edificio di culto e «per la creazione di un nuovo segnacolo di fede a scala urbana». Il Consiglio all’unanimità accoglie le proposte dei quattro gentiluomini, ai quali va la fiducia di tutti per le convinzioni religiose e per la competenza edilizia e ar­tistica. La specificazione delle iniziative è opera soprattutto di Falletti che spiega al Consiglio la proposta: restauro della Cappella delle Grazie alla Consola­ta; erezione nella piazza di una co­lonna di granito sormontata da una statua in marmo della Madonna; presen­za il 30 agosto del Corpo decurionale per sette anni alla Messa in san­tuario.

Carlo Tancredi «vi concorse anche con la somma di lire 35.000, ma la sua modestia e umiltà fecero in modo che l’opera risultasse frutto della col­lettività: come suo solito cercò di tenersi lontano dai ringraziamenti e dal clamore di chi avrebbe potuto rendergli un pubblico grazie». Alla base della colonna un’iscrizione latina ricorda l’evento ed è tradotta da Silvio Pellico: «Venne l’indica lue, tremenda apparve. Ma al cenno di Maria sedossi e sparve». Nel santuario il marchese finanzia anche la cancellata che divide il vano inferiore, l’antica chiesa di Sant’Andrea, da quello superiore. Allora le cariche erano attribuite dal re secondo il regolamento promulgato da Carlo Emanuele III l’8 dicembre 1767, in vigore fino al 1847. Torino è retta da un Consiglio generale composto da 60 decurioni, corpo amministrativo municipale, scelti tra «persone di conosciuta probità e intelligenza»: nobili (prima classe) o professionisti di censo elevato (seconda classe). Il Consiglio ogni anno elegge i due sindaci (uno per classe) a capo della città. Nel 1814 Carlo Tancredi è nominato da Vittorio Emanuele I decurione; nel biennio 1825-27 è uno dei due sindaci. Carlo Alberto nel 1831 lo nomina consigliere di Stato e nel 1832 segretario della Deputazione del Consiglio generale per l’istruzione pubblica.

I marchesi Carlo Tancredi e Giulia Falletti di Barolo sono gli antesignani delle opere assistenziali, sociali e religiose esplose nell’Otto-Novecento. Le strutture mediche e sani­tarie erano allora inesistenti. I contagiati dal colera finivano nei lazzaretti in attesa della morte senza speranza di essere curati e di guarire. Numerosi bambini rimasero orfani e molte fa­miglie senza sostentamento. In questo periodo si fondano una quantità di asili e di orfanotrofi, stimolati dall’esempio dei marchesi – oggi venerabili – che perseguono il migliora­mento della situazione economica e sociale e la redenzio­ne morale delle fasce più povere. Ritengono che l’impegno sociale sia un dovere morale di ogni ricco verso i poveri e un dovere civile di chiunque nutra speranza per il miglioramento della società. Le opere caritative si diffondono con l’intento di formare nei poveri una coscienza civile.

Altre due testimonianze arrivano da Vinovo e da Pancalieri. A Vinovo le delibere consiliari stabiliscono il lazzaretto in alcune stanze del Castello della Rovere. Nel colera del 1854 i morti sono 40-45 su 2.200 abitanti. Il Consiglio municipale delibera di mettere il Comune sotto la protezione dell’Immacolata. Da allora tutti gli anni all’8 dicembre il sindaco con fascia, la Giunta e il Consiglio con i vigili in alta uniforme e stendardo partecipano alla Messa. A Pancalieri l’11 gennaio 1870 nasce Maria Carlotta Fontana, ultima di 8 figli di contadini e ottimi cristiani. Nel colera dell’estate 1884 – che provoca 50 morti – il parroco don Giovanni Maria Boccardo, aiutato dal fratello don Luigi Boccardo, vicerettore della Consolata si prodiga nel soccorso dei colerosi e apre l’Ospizio per i vecchi abbandonati. Con l’aiuto di Carlotta – diventata suor Gaetana – don Boccardo fonda le Povere di San Gaetano. I due Boccardo sono beati e madre Fontana è venerabile.

 

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