AMARCORD: Vittorio Oreggia, quel volo indimenticabile

AMARCORD: Vittorio Oreggia, quel volo indimenticabile

Oggi ci ha scritto Vittorio Oreggia, direttore di LaPresse, Socio del Circolo della Stampa Sporting da 35 anni, dall’inizio della sua carriera di giornalista ora in movimento fra Torino e Milano.

 

Anche se ultimamente per motivi di lavoro (ahi, il pendolarismo Torino-Milano…) il “mio” Sporting è ridotto all’osso, giusto il sabato o la domenica, sapere di non avere quello ‘sfogo’ a disposizione rende ancora più grigia e incolore questa primavera ‘stuprata’ dal coronavirus. Lo Sporting lo frequento da quando ho cominciato a fare il giornalista, più di 35 anni fa, quando sbarbatello e sbruffoncello due volte la settimana, sempre la mattina prima di calarmi in redazione, partecipavo a ruvide, rissose partite di calcio. Il campo non era tirato a lucido come adesso, non c’era nulla di sintetico, tutta passione molto naturale. Poi al calcio ho unito il tennis, sotto la guida della mia teacher, Monja Trevisiol, tanto minuta quanto tosta, poi sono passato alla frequentazione della palestra. Insomma, quelle due mattine sono diventate cinque, il buon Gianni Romeo mi vedeva e sbottava in piemontese: “Tses turna si?”. Sì, sono di nuovo qui.

In tanti anni di frequentazione ho messo nel cassetto molti ricordi, potrei raccontare di quando “scaldavo” Alberto Giraudo per venti minuti che sembravano 20 ore per la fatica e di quando con un servizio molto strong mi fece schizzare la racchetta dalle mani; di quando Alberto Gillerio, un altro maestro, cercava di insegnarmi il serve and volley e alla fine dovette desistere per “manifesta incapacità”. Ma c’è un episodio particolare che mi lega allo Sporting e che, spesso, nelle reunion con gli amici mi trovo a rispolverare. C’entro io, ovviamente, e un ex calciatore, anzi un ex difensore della Juventus. E c’entra lo storico torneo dello Sporting dove, bonipertianamente, l’unica cosa che contava era vincere.

Bene, taglio corto: a 25 anni, ancora fresco di Prima Categoria, caratterizzato dalla sbruffonaggine di cui sopra, scendo in campo nella partita di debutto e faccio il fenomeno. Provo a farlo… A pochi minuti dalla fine, mi rifugio vicino alla bandierina del calcio d’angolo, tengo palla, perdo tempo, siamo in vantaggio… A un certo punto, improvvisamente, sento arrivare un avversario alle spalle. E’ lui, l’ex bianconero, brizzolato e con barba, almeno 90 chili, che senza troppi indugi prende una parte infinitesimale del pallone e una parte molto consistente del mio piede e della mia gamba. Mi trovo a volare plasticamente in alto, direzione fontanella, con atterraggio sulla rete di recinzione. Che botta. Mi riprendo, mi alzo di scatto in cerca di una giustizia sommaria. “Ma sei matto?”, urlo. “Se ti lamenti vai a giocare a bridge che hai ancora i brufoli”, la replica con faccia non proprio conciliante. Muto e rassegnato e dolorante non riesco a rientrare in campo. Sulla guancia e sul braccio le losanghe della rete sono impresse come un tatuaggio, dentro di me una vergogna senza precedenti.

Già, il “mio” Sporting. Che nostalgia…

 

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